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Claudia Attimonelli

La sutura nella critica alla ragione post-umana

“L’ibridazione nella mia ricerca è una specie di istinto che mi spinge verso la contaminazione zoomorfa”, così si esprimeva Karin Andersen in un’intervista apparsa su Virus nel 1999 e realizzata da Marchesini con il quale nel 2003 l’artista scrive Animal appeal, Uno studio sul teriomorfismo. L’intervista si concludeva con un cenno alle tecniche fotografiche e pittoriche atte a “sfumare i confini tra reale e artificiale”, a distanza di dieci anni questi confini che la Andersen aspirava a stemperare appaiono radicalmente mutati.
Sebbene sempre connotati dall’espressione mansueta e arrendevole che ce li ha resi così familiari fino a diventare un tratto distintivo del loro aspetto, le creature grassocce dell’Hotel d’Hiver sono state gettate in uno scenario tutt’altro che futuribile e non semplicemente post-umano. I corridoi, le stanze e i pianerottoli del Viktorija – l’hotel di Riga dove sono state girate le riprese, dallo stile sovietico innestato su un passato art-nouveau – sono il luogo nel quale l’artista ha deciso di operare la sutura tra reale e artificiale, ostentando strategicamente i segni dove le due parti si uniscono. Qui non vi è, infatti, alcuna voglia di sfumare i confini: la sutura è il momento in cui si avvicinano chirurgicamente i due lembi, quello zoomorfo (frutto suo malgrado di una sutura tra l’essere umano e l’animale) e quello ripreso dal reale. Chi guarda il video vede la cicatrice poiché riconosce i due soggetti eteromaterici: i personaggi sono dei piccoli capolavori di figure zoomorfe dipinte (i cui originali sono esposti su tela) mentre l’ambiente è stato ripreso in video in live action. L’effetto a bassa risoluzione è una strategia enunciativa che serve a mantenere la loro reciproca alterità e ad inverare l’operazione senza far desiderare un intervento di chirurgia estetica.
Il post-umano reso quotidiano dalle prefigurazioni del cyborg di fine millennio o dalle creature zoomorfe dei secoli passati viene profondamente rivisitato dal percorso teorico e artistico della Andersen e diventa critica della ragione post-umana. Si potrebbe persino mettere in discussione la categoria stessa di umano sulla base di quanto sembrerebbe impossibile umanamente e che invece riguarda i divenire-animale che ciascuno di noi cerca di controllare e nascondere. Ecco perché l’essere-scoiattolo, l’essere-lemure, l’essere-formichiere e la coda, le orecchie e la peluria degli ospiti dell’Hotel sono così simili a qualcuno che crediamo di avere già visto. Il punto a cui è arrivata la riflessione di Karin Andersen sul post-umano ci dice che la centralità dell’umanesimo occidentale intorno alla quale si è gerarchicamente modulato tutto il sapere delle altre culture azzerandole per millenni, si è concluso. E così i segni dell’animalità emergono vistosamente dal bavero della giacca di uno o sbucano dal cappello di un altro, sono nella forma delle mani, esorbitano dallo sguardo spaurito, si arrendono nella corsa affannosa alla ricerca di un riparo dal rigore dell’inverno alle porte.

Claudia Attimonelli
è ricercatrice in Teorie del linguaggio e scienze dei segni. Insegna Cinema, fotografia e televisione e Tecniche della produzione audiovisiva all’Università di Bari e Taranto. I suoi campi d’indagine sono: sociosemiotica della musica, visual culture, media studies, coolhunting, gender studies, videoclip theories e fashion theories. Tra le sue pubblicazioni recenti: Techno: ritmi afrofuturisti (2008), Dialoghi con-citati tra videoclip, loop, cover e remix (2007), Generando musica elettronica (2006).

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