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Luca Panaro

zoomanity

«Preferisco considerarmi il primo anello di una nuova catena evolutiva. Come quel pesce che uscì dall’acqua, si abituò al fango e divenne anfibio. Chi può dire se stava fuggendo da un lucciosauro o se invece era soltanto curioso?» (Wu Ming 2, Guerra agli umani)

 

La ricerca artistica di Karin Andersen testimonia una decisa propensione al teriomorfismo, cioè alla fusione tra uomo e animale, e di conseguenza ad una definitiva messa in crisi dell’antropocentrismo. Temi importanti, di grand’attualità, difficili da veicolare mediante l’arte, specie quando questa ci abbaglia con la sua bellezza: colori sgargianti, abile utilizzo della computer graphics, fantasia compositiva. Andare oltre l’immagine è complicato, necessita di un’attitudine particolare, una predisposizione a cogliere la concettualità dell’opera, dote non ancora molto diffusa fra i frequentatori di mostre d’arte. Questa volta però non ci si può trincerare dietro un “non si capisce”, “troppo difficile”, siamo al Festival Filosofia, appuntamento culturale che offre tutti gli strumenti per la comprensione degli argomenti trattati, dedicato quest’anno proprio al tema dell’umanità. Non potevamo farci sfuggire l’occasione per presentare il lavoro di Karin Andersen all’interno di una cornice filosofica di questo tipo. Opportunità più che mai ghiotta per riflettere sul messaggio intellettuale che si cela dietro la grande abilità tecnica dell’artista. Non potevano esserci condizioni più favorevoli per affermare che proprio attraverso l’ibridazione con l’animale, l’uomo ha raggiunto le sue vette più alte, maturando un debito rilevante nei confronti del non-umano. Affermazione impegnativa per una mostra personale realizzata in galleria, dichiarazione condivisa se illustrata all’interno del Festival Filosofia che proprio su questi temi ha interrogato rinomati intellettuali, protagonisti d’affollate lezioni magistrali tenute nelle piazze di Modena, Carpi e Sassuolo.

Proprio per sfruttare al meglio questo particolare evento espositivo, Karin Andersen, ha deciso di esporre nello spazio PaggeriArte di Sassuolo alcuni nuovi lavori, nonostante l’importante mostra recentemente realizzata presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino (cat. Skira 2006), che l’ha vista molto impegnata sul fronte della produzione. Per Sassuolo ha quindi eseguito opere differenti, nelle quali è momentaneamente messa da parte la componente favolistica e fantascientifica che normalmente la caratterizza, per dedicarsi con maggiore attenzione al tema portante di tutta la sua ricerca: il teriomorfismo. Nelle sue opere si prende in considerazione il progetto culturale dell’uomo, il suo non essersi realizzato in totale isolamento, contrariamente a quello che si è sempre pensato, e quindi, viceversa, nell’avere ricevuto non poche contaminazioni dal mondo animale. Roberto Marchesini, che sulle biotecnologie e sul teriomorfismo ha pubblicato numerose ricerche, una delle quali proprio in compagnia di Karin Andersen (Animal Appeal, Hybris 2003), sostiene che «l’umanità trasuda animalità, tuttavia di un’animalità che non si mostra attraverso il carattere ancestrale (l’emergenza pre-razionale, brutale, genesica, emozionale), ma che informa le acquisizioni di punta della nostra tecnologia e della nostra speculazione teorica e artistica». In altre parole l’uomo è una specie che non si accontenta delle dotazioni innate fornitegli dalla natura, ma s’impegna a potenziarle, ibridandosi con quel mondo animale che ancora oggi rimane l’archetipo d’ogni nuova tecnologia umana.

I personaggi di Karin Andersen proposti in questa mostra, hanno una natura prevalentemente animale. Si differenziano dalla produzione fotografica precedente di taglio fantascientifico, caratterizzata da alieni che, dotati di navicelle spaziali, in seguito a comunicazioni interplanetarie, si materializzavano all’interno del Guggenheim di New York, per poi riapparire alle cave di marmo di Carrara, piuttosto che alla Festa de l’Unità di Modena, dove lo scorso anno Karin Andersen ha presentato una gigantografia che ritraeva un alieno dalle grandi orecchie da cucciolo e dal corpo umano (We like it here, can we stay?). I soggetti presentati a Sassuolo si diversificano anche dall’altra produzione fotografica dell’artista, dove alcune immagini tratte dalla realtà sono animate da rapidi disegni digitali riempiti con colori piatti. Questi personaggi, realizzati al computer a colpi di mouse, si aggirano con stupore e curiosità nel nostro mondo, manifestando però chiari segni di disagio causati dall’incomprensione degli uomini per la loro alterità.

Come si diceva sopra, le opere esposte in questa mostra - realizzata in occasione del Festival Filosofia sull’umanità e con la partecipazione dell’artista Christian Rainer - propongono un nuovo registro comunicativo, più diretto, potremmo dire maggiormente “intellettuale”, che lascia meno spazio al godimento visivo per colpire dritto al cuore del messaggio che, con rigore, Karin Andersen sostiene da svariati anni.

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