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Ti mangio, mi mangio: siamo nel vortice. Una pièce teatrale e una trilogia disegnata per Les Cahiers Européens de l'Imaginaire, No. 5, Manger ensemble. CNRS Editions, Paris, 2013.

Disegni di Karin Andersen // Testi di Vincenzo Susca

Io sono: “Ho fame”.

Invisibile, dappertutto, La noia sussurra col tono di un perentorio incantesimo:
“Hai fame? Vieni. Rimani qui”.

Io penso: “Non so bene… ho fame?”.

La noia: “Hai fame, sì. Vieni. Rimani qui”.

(Pausa)

Io voglio, esitando: “Ma… mangio…”.

Io sono: “Voglio? Anch’io voglio? L’essere non vuole, è. Anch’io lo voglio? Perché ho fame e non riesco a volerlo, a volerlo sino in fondo. Io sono!”.

Sulla tavola, La carne: “Sono la tua carne”.

(Silenzio nel silenzio)

La noia: “Sono la tua vita. Mangia, e resta dove sei”.

(La scena si fa convulsa). (Scambio animato).

Io voglio: “… È lì. La mordo. La uccido ancora. E uccido il tempo”.

Io penso: “Il tempo? Il tempo è già morto”.

Io sono: “Il tempo è la morte: in quel piatto”.

La carne, con seducente magnetismo: “Sono tua. Sono la tua stessa carne. Vieni”.

Io voglio, Io sono, insieme: “Voglio te”.

La carne e La noia, percosse da una scossa, con frenetica brama, in coro: “Chi? Cosa? Vuoi me? Prendimi. Precipita in me”.

(Un balzo, il morso, il pasto. La scena si dilegua progressivamente).

Io penso: “Ed ora?”.

(Una spirale si staglia nella sala da pranzo. Tutto vortica. Tutto è nel vortice).

Io sono e Io penso, insieme: “Ti mangio, mi mangio. Balliamo”.

Un fotografo di passaggio, mentre immortala la sequenza, tra sé e sé:
“È sempre stato così. Solo, l’umano è, senza esserci.
La separazione è la casa dell’individuo.
‘Con’, non è più umano.
Mangiare il mondo è divorare la propria stessa carne
dissolvere ciò che resta di noi
annichilire quel che rimane – solo per noi – di sé e del sé.
Se ti mangio, mi mangio
Se mi mangio, mi perdo,
se mi perdo, mi ritrovo,
danzante. Nel vortice.
E la casa?
Il mondo non sarà mai una casa”.
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